domenica 9 marzo 2008

Roberto Cavallera-ev




















roberto cavallera
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ev

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passeggiata con persona distratta
gabogan
writ
visite
flora e fauna
combinato disposto
prima stagnazione
extra vitae
dalla vita pensata di a
dalla vita pensata di b
misurazione aria
et caeteris spiritibus
phantasmautomaton
solo
accordion
canto d’invito a bere mancamenti
memoria delle barche da oblio



passeggiata con persona distratta


corni astrali penzolano a un palmo dal firmamento

macchine perfettibili in ritmo e verbo, a e b son capaci di passeggiare per ore, ricuciti a tratti nel percorso virtuoso dell'immaginifico cerchio del parco

accampati provvisoriamente in ombre penose, guardano fuori. dritto all’angolo sinistro del sole. con nervi che esigono di fingere (non ci sarà altra occasione) di stare
scritti con povero gesso tra graffi e ghirigori strani

a e b si lasciano andare a volo nudo, con ali puerili, penetrabili, leggere, lavate con cura. lo sciacquo stinto viene offerto a beveraggio di poveri cristi che stanno poco sotto, a sbranarsi invano

una a te, una a te, una a te. non prometto niente

i gatti invece si prendono gli avanzi. intanto i due esitano a rompere le fila gagliarde e ardite di basse elucubrazioni, di tocchi assetati di battaglie, d'imperi, di stupri brevi e sinceri

resta sui suoi passi, pesta le date che vorrebbe poter celebrare

ecc.

dominano l’orizzonte le nostre bianche valli

ecc.

l’amore, dice, e gli esercizi addominabili

parola per parola sboccano peristalsi prive di tatto

il semaforo diventa una bocca, un inferno. ci si ferma e si aspetta. qualcuno da una macchina saluta. s’attende altro oceano all’imbarco. magari. invece è quasi ora di cena. l’orchestra gira la chiavetta e la musica, toh, è sempre la stessa

tu cosa?

quando sbaglia ride

a fianco del marciapiede trascolora il cadavere d’un ratto forse disfatto forse mangiato

negli ultimi cento metri si coniugano a fatica i tempi i verbi i nervi già presi in vespri sempre più rapidi in terre maligne, subalpine, collaudatissime e perse

le ultime spese

due giri a spirale e poi la porta e poi si entra. alambicco di cubi dalle maglie strette. ancora una vertigine. costretti a mantenere un discorso mobile e intercalante pittato di rosso intorno a fosse bizantine a code di diavoli a cazzi di cane. farsi pesantemente di sante ragioni, scioglierle in monogrammi, cancellarle domani

in un fiotto spumoso di bave per il troppo parlare restano sospese altre domande che si consumano scendendo le scale (essendo stato filiforme il commiato

lingue di labbra filanti dicono ancora

appena fuori la città si ripete in un esterno notte da poco. e il faro sta lì, manco acceso, manco dove

a cabotaggio d’un altro parco, pascolo incolto, a rimembrare sedani di cosce, girandole di seni, mani dai gesti minutamente caprini, normalizzati dall’ammontare discontinuo dei regni (e delle regine

per condimento gustose risate miste a france misteriose, ostili

trovare il modo che il destino finalmente calzi a pennello

avere più ingegno, ma più caldo, e di legno, a farne, di braci, d’incandescenze raminghe

un ballabile, ancora

dormi? dormi

che qua s'accaniscono sonni tremendi, e le buone stelle si muovono lente, e sole, perché tutto il lavoro devono fare, loro. che qui s'è possibilmente ancora più lenti nei passi, e fragili nelle cuciture, a causa del troppo stare

voglia di diavolo suo tremulo, gagliardo

il baffo, l’ometto

grumi di mani vistose e nude, anche al buio, per questo è meglio tenerle altrove. auguri. dai poveri di spirito. alza le braccia, come alberi da fuoco. incantevoli. richiamerà domani

centellinati gli avvistamenti

non ancora smaltite, indegne di più affettuose cure, si vedono zarine stese al balcone. bandiere di segrete quarantene. languide vacche. fulgide balene

che qua si sta su come budda magrissimi. scodinzolano qua e là code di tenebre qualsiasi, poi basta. poco oltre s'apre un orizzonte che non si sa. a ben vedere sembra tutto storto. succedono diligenti le solite stradine, ma è il borgo intero a trapassare il petto. si finirà mai di svernare

fateli andare. fateli respirare, fategli quel che vi pare

avere altro ingegno

e altre france misteriose (ostili). belle, belle davvero

un ballabile ancora


gabogan


dal tuo albero fai crescere foglie senza ritegno, non ti costa proprio niente farle spuntare una dopo l'altra, fino a coprire metà del foglio. fai nuvole che spruzzano poche (ma significative) gocce. ci metti anche il sole, un castello e due sposi, poi a destra due fiori e più su un dirigibile che tocca la punta dell'unica montagna. poi scrivi in blu, sopra la nuvola: per mamma

ce ne vorrebbe un mucchio di quelle nuvole, per sapere come, come davvero piove e come davvero fa sole

writ


si recitano a filo continuo robe uniche e antichissime, distribuite in parti eguali tra terre mobili, cieli postumi, paradisi prensili. tutto previsto, compreso il finale. storie raccontate a brani, sbranate da cani. tanto che niente parrebbe da ridere. da dividere. solo sviluppi di trame vagamente tristi pronunciate con dizione incerta. qui non si muore mai. è solo prosa

e invece che si va a combinare...

l’interruzione del discorso fa parte del discorso

attraverso, sopra (continua) notte rotta dal gran sonno, finito
gira e rigira (continua) dorme su un fianco (se si alza si disfa) (proprio come se fiorisse) ma no
fino a quando le spuntano due zampine ritorte che prendono un bel ciocco e via, lo buttano al fuoco

demolito per incanto

comincia ad infettarmi. mai vista né sentita. bramata per secoli, ha preso la forma dell’averla…

fingeva da un occhio, quello nero, strizzato fino all’astinenza - a stento discorreva di cose facilmente confutabili - parlava di fare pupazzi di carta, più facili da bruciare, o qualcosa del genere - con aria ironica mi premeva sul petto: “lo sai? mi dai sui nervi

simula / simula e poi scrivi / scrivi immediatamente

i denti - per prenderla meglio - affondavano pari. sorvolò per cortesia sulla mia balbuzie improvvisa. tenevo stretta la sua piccola fronte tempestata di fulmini e saette per via d’un piccolo accidente: vi conservava inciso un ricordo: lo spense

che possa rifiorir primavera

non c’è punto migliore da cui ti possa scrutare. nel fondo nero pigio pure questo barbaro traslucido tritare nel fondo nero puro gusto barbaro di veder quel traslucido tritare nel fondo nero barbaro di quel nero traslucido tritare

insieme a tutt’un’india quanto mai sfatta e bella tanto da esclamare

a ragione dell'avere e del dare: da qui si vede tutto, pure te

ecco perché fece finta di nulla - possibilità esistita, per coincidenza, la prima

dentro corridoi bene in carne, spaziosi ed illuminati, carezzati dal divino, si bevve dritto dalle mani una rugiada presa nelle righe, nelle mani, si bevve una rugiada dritto nelle mani

qualunque dentro fosse

restano altri tre argomenti, la cenere soprattutto, dolce, mista all’olio, una parte per il trucco, un’altra per il prossimo. tuo. ultimo. come, dove interrogami venire al punto no?

adorato tuo


visite1


tramonto esp
visto qualcosa, cannocchiale montato sul letto, nemmeno provare ad alzarsi. la situazione dell’insetto. il segmento obliquo della sedia occulta l’intero est e parte del nord, ma quando tornano

scritto: dove si arriva senza trama senza affezione senza liturgia così pregni di per vedere come

si sta davanti alle cose come per continuarle, adesso, come a riempire il resto

e tutti quant’in coro

gonfiano poi sfioriscono, appena dipinti, i belletti più atroci, ma così non ha senso, appunto

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mai vista prima. molto gentile. domanda, o ribadisce (non si capisce): in terra requiescat. non si sente niente. non si sente. non si sente niente. tutto bene tutto bene, le si risponde. che pallido che è, pallido - afferma, o domanda - le mie anime stanno lì sotto, ci porto sempre i fiori - a tutti e due - si faccia vedere più spesso, morire è sempre brutto neh? qua di sera fa più fresco che fuori

quindi fa un esempio specificando che la vita è sempre poca e che non ne basta una intera per fare tutto e farlo bene e che girare a vuoto non porta a niente, tantomeno cercare e tenere qualcosa, qualcuno, e che quella non era da considerarsi una fossa ma il bozzolo d’un magico bruco

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mostra alcune foto, seduta nel suo petit foyer speculativo, le conta con precisione senza però riconoscerle, credendo di vederle sparire poco a poco. sorpresa da quella prodigiosa consunzione, ne chiede delle altre, ma questa volta promette di non contarle - che poi si moltiplicano - non vede che luce che c’era quando le ho fatte? com’è che scompaiono e chi sono quelli lì? il tempo davvero invece non basta. ma avanza. per pura convenienza. che fare? rifletterci? no. son solo quadretti, prigioni scese a contornare cadaveri definitivamente persi. saranno lì da quanto? sta per iniziare il suo secondo atto quando le dicono si sposti per favore, c’è altra gente che vorrebbe consumare. sicché quel corpo di giovane donna viene a perdere del tutto i propri (già tenui) sensi e rappresa nella cronaca spicciola di quel che capita, capita: sviene in rapida successione
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sta seduta su cose scritte, su un fuoco di mosche, precisa, prese da gerusalemmi miserrime e brune, cilestri. ne prende qualcuna e le manda giù, una ad una, bagnandone le ali, premendole al palato con decisione ma senza violenza. senza rancore
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si ferma, aspetta che il cane la riporti indietro. lo chiama, ma è troppo lontano e non ne ricorda il nome

flora e fauna

quel che è fatto è fatto. eppure ancora stanno, ubique, fabbriche torride di delizie, di scienze, di pratiche scemenze. da tanta origine tanto peggio. eppure ancora stanno preziose, ancora, credenze con sopra ninnoli strambi, superni minuscoli tritacarni

mostrati ai tuoi pari e saggiane le reazioni, riportale in bella grafia sul morbido dei tuoi anni. poi fuggili come dal tuo e di fuggire ricordati. saranno in tanti? ti troveranno? mettili nella tua mano. disegnali come presi in cacce di ninfe, colti da giovane diana, e bellissima, trafitti da sanguigna, presi in calco di sirena. presto o domani, li aspetti. cattivissima, speri. è che il sangue s’è sfatto da un pezzo e si spreca e si dispera per non riuscire a trovare la giusta vena

da architetture sghembe spuntano figure tinte con stil vago che sguazzano, sbracano, se ne sbattono e strabattono, e scendono ancora, sbiadiscono, fratte in rughe pietose, grattate nel mezzo, poi ricucite e riseminate in terre cave, piene di margini, piene di pozze. pessimi diorami

questo fallo più blu

resta tutto da vedere, con tempo più comodo e fatuo. e più tedioso. sdrucciolo. scavato a stento da corni ritorti. spalmi creme che ti fanno più lucida, esigua. di’ come. e non ne avanzi un goccio. te ne cade un fiocco

ci son degli angeli da inne

una risicatissima artiglieria a darti il benvenuto. il primo colpo si porta via l’aria rimasta. perché non farne versi? meritevole invece di ricevere titolo e incipit con dramma al seguito. ma qui si sta stretti e non c’è da bere niente. si sta rigidi come mariani devoti. col tempo - assicurano - acquisiremo - forse - una certa gentilezza nelle pose, magari riusciremo a schiudere, magari come petali d’altre cose

presa fra figurette di legno disposte su secoli ulteriori (sembrano uno), circumnavighi la natura parziale del fosso che stonda ogni tua sostanza di appesa, ogni tua caduta, ogni sorpresa. fai in tempo a lasciare quel poco. a dirti contenta

poter restare, abitare quel tuo impianto ormai spento che ostinato non contiene che spiriti. stanno lì da anni, l’ospite avendo santità in abbondanza. dentro tengono virtù e modestie le più nere, dai bordi combusti, più neri ancora. dicono di non sapere

combinato disposto


ne escono di tanto in tanto stirpi a perdere. le chiami per cognome. te che stai in bella mostra. qua. mediti l’ampio peristilio del tuo tormento, del tuo spavento, a vederti così improbabilmente contenta

piangi come una venere tenera e santa e con stimmate prese per poco e contempli, contempli, impenitente, l’ottusa consistenza del tempo che cuoci alla graticola con mano esperta, non fuma nemanco, nemanco uno strepito. solo un latrare di fuoco che si spegne. ai postumi. riempirti di macchie, carente in agilità e contenzione. dilettevole immobile spettacolo che poco a poco va a terminare. mezz’ora di varietà di popolo, poi t’annoi. e la poca carità si compiace ad accorrere al capezzale del tuo non so non mi va. disimpegnare gli spazi e andarsene per linee dritte, no, storte. il pubblico non ha interesse per le tue scelte (mancando quella estrema). senza interesse anche se poi, magari, lì per lì qualcosa succede. prendi diligente la forma di te che ti muovi. che ti dai per piccoli guadagni, piccoli, con salute cagionevole (microbi creditori t’assediano). il tutto recitato con vago sentimento (ancor più vago il rosso alle gote). l’ennesimo non so che, l’ennesimo chissà come. che dire? ti si negano almeno un paio di secoli al giorno. fredda come
t’accucci sfregandoti le ginocchia, da lì vien su un bel tepore. tanto da tanto che

stai tutta al principio, t’annunciano e ti presenti in bell’ordine e ben composta, deliziata dallo startene qui ancora, colonna ben rasa a poggio di spiriti più forti, contrapposti ad ogni buon, buon

l’abbondantissima selva dei piedi delle mani ecc.
vedi? qua? almeno provare (si smorzano le luci - ti ricomincio a contare

nel tempio dei puri si sta per puro transito. non è dato assistere al tuo sfarti. nemmeno toccarti. esatto, lo spirito si fa grave, e stucchevole. l’attitudine ai sensi è quella che è: manipolati e invecchiati, soprattutto fra le labbra. rinascere nel dolce refrigerio di sogni cortissimi dopo aver contato stelle dissestate, prese su come piogge al contrario

come dissetarsi a queste fonti giulive? con meraviglia con saporito tingere, ed ombre

e succhi, succhi come l’ape il fiore, presa dentro lo scarto, a ravvivarne la massa molle, ubiqua, offerta al tuo tolemaico non darti pace

prima stagnazione


bramate a stento altre fiandre di grembi piatti come perfettissimi soli, come cieli beati, quasi al centro

qualche notte a disegnarle, brevi, un po’ rigide, magrissime. ripassati i contorni per dare spazio. imbastite tutt’intorno sode architetture e un misto di robe sbozzate con giudizio, per un più agevole trascorrerle

di come spirano lingue perdute che nominano, menano, sgravano

su un altro foglio, ricomposto a memoria, messe regole, espressioni, diagrammi, formule adatte che possano spiegare quel tingerle in pastosissimi fondi. le donano. ma di cosa, cosa? di cosa parlano? (fanno

quanto manca al prossimo movimento, seguito da gesti convenienti, preparatori

resta un occhio, torto per il troppo guardare quel che tutti sanno com’è che va, com’è che deve andare. il tutto condito con gusto inarrivabile. e per patria un canto, uno soltanto, tanto per sapere da quant’è che s’è cominciato a crepare
a seguire osservazioni del qui presente ec

dipende dalle circostanze: dove la nascita, l’infanzia, la buona creanza, per il resto, qua si mandan giù soffi ardenti, luciferi, onnifottenti. cerimonie di spreco, di pratiche basse, perpetue (mandano moltissimo odore): desiderabili ma sboccate
extra vitae


chiede ancora di te ma lo chiede come se fosse lei lo spirito da chiamare - aiutami - aiutami - chissà come sarà tutto disfatto adesso, eh? ... oggi che fa di nuovo ottobre

si taglia con poco, con sostanza men che pura. basta che si decida. invece di credere alle facili iatture sue, altrui

ne vede ancora - tornano su come punture

extra vitae


che invidia quei begl’intrecci di corpi correttissimi esercitati da ingegni supremi sinceri tremendi. s’accalcano si danno senza pace, pieni di fame, finiti da un pezzo. cosi così duri così veri. lavori in pelle finissima, quasi che non si riesce a trapassarli, se ne stanno lì a penzolare, misurandosi, quei poveri, in divine tubature

sicché melanconicamente veleggiano in caratteri standard scandendosi in regole universali, già sposati alla malora, spesi in storie che scendono in carmi leggeri, pronti a portare, a scialare

ritta la fede stassene

piegati in pose il più santamente rette, perpetue, botaniche, per fare d’ogni erba un fascio. e la cura è per chi, salutevole, ci curi ci prenda ci cresimi con pomate e unguenti da succare insieme a quel non so che
il gusto. sì. una cura di matematiche intelligenti e di sintassi garbate miste a molte, moltissime cose, nobili, idrauliche, monodose, non si sa come

extra vitae


scorrono abbondanti facce amate, santemarie frementi, tirate su angoli di cavità sporgenti (cubite) (sature) (onnipossenti
tirate sotto stanno vene, guizzano come serpi pregne, sfilano come vecchie germanie, sordide murene, rustiche maddalene
disciplinata l’attesa, ma la bellissima non viene, la bellissima non tiene. ma la bellissima non viene, la bellissima non tiene

dalla vita pensata di a


ancora più corto e convesso. punto primo: s’assiste soltanto. rimestati a perdere. più fondi e fessi. messi in bella vista: scendi e poi risali militando un perfido sacerdozio che ti lascia indietro puntando al basso, mirandoti beato, in scorcio, intrepido nel comprimerti, a dirotto, facendo più che altro acqua, fino ai piedi: perché s’aggrignano e si spaccano, inutile infilarli come dove

ti fai ancora più corto e stretto, preso da trappole dalle misure morbide e sapienti. nient’altro. maldicenti. vibrano, pulsano come geologie caprine, succose come gioie, tue, terrene

l’armonia con

riducendo ulteriormente il taglio. non sarà mai più così facile

palpabile e vivacissima, si presenta questa volta con alcuni pezzi in meno. tienile da parte un po’ di misericordia, e di grazia, grazia gentile e fragile, da rimettere al suo spirito moderno. inqualificabile. coprile i fori mentre ti prende e ti ricama, ché ne vorrebbe farne di più, di punti, e di croci, a periplo del tuo ammobiliarla fertile, inutile. t’accendi però in un mormorìo che imita rigido la secchezza delle fauci che dicono e non dicono: premi il due

se solo fossi più compassionevole, potresti dargliene di braccia, ma no, unisci il poco all’usura. insegnale come stare e quando e come vedere, spendersi e volere. perché ce ne vorranno pure di regole e sintassi e di schemi e di grafici per vedere se restarle

giusto quello che muove dal soffitto all’indietro (il tuo indomito idioletto): qua ci vivi e la ritagli rettamente, internamente, tutt’intorno al grasso rimasto

osservi in debito. tutto il resto farne di più ma a credito. sapere solo se è vero, se mezzo o intero. da qua non si esce di certo e la fine si programma a partire più o meno da adesso. aumenteranno il volume, la massa, la consistenza, lo spiegamento in forze di tutto un bianco giro di ultime

forma egregia e alta che passeggia

ci son altre stanze, e numero

vai, e vieni, su, affabile, e giusto, placido, dalla natura benigna, pulito, minimamente perfettibile, meritevole, senz’altro. che l’ordine regni solido e sovrano
ti tocca scendere per il latte (e il pane

dalla vita pensata di b


di fatta liscia e corta il tuo piede, che ammiri, se messo in giusta prospettiva, piegato all’indietro (ne imiti il dipingerlo). a volte gli fai tutto un teatrino, segretissimo, te lo guardi e dici toh, ci metto una calza

entri ed esci rendendoti cara alle vecchie reliquie messe lì con cura. ti regali pure una bava di rosso alla faccia di

te la coltivi da te tutta un’asia da ammattire, candida, verdantica, mentre smacchi la chiazza di sugo bruno rimasta sul pigiama - non si vede neanche - gli dici che invece c’è e si vede benissimo, no non gli dici niente. armata d’una pietà regale (ma solo perché unica e terminabile) lo stai comunque ad ascoltare

ma da dove viene ancora quella voce? forse, se ci pensi bene

lo porteresti piano dove stanno le cose, solo dalle migliori lo porteresti, poi gli spiegheresti cosa hai fatto per averle e per quanto ancora

misurazione aria


neri da schifo sbaragliano i rossi e i bianchi

piccoli possedimenti, quadrati per lo più, patrie di nemici prossimi, incruenti, incruento il volo fertile di api in calore, subito prese e pigiate in crateri con su dipinte figure inespresse: ne viene un brodo da spalmare chissà dove, primordiale chissà come

si suda tutt’intorno, dal vero. con pena si scava un piccolo volto che si possiede, ripetutamente, volendo

purgatori altri, più chiari, da bersi ancora caldi, incontinenti

dicono che la luce è perenne, basta pagare: la messa in scena inestimabile

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ti dico subito che son secoli i mesi già passati, tanto son messi male, tanto da non poter chiedere indietro nemmeno le ore i minuti i secondi, tanto da non poterti più reclamare

è quasi un anno e la luce è ancora eterna (tanto che lo imita, l’eterno). c’è ancora, non scompare, e non si spegne (tanto che lo imita, l’inferno). e c’è un freddo fatto come un inferno (tanto che lo imita, l’inverno

e con che faccia dire e ridire, presenziare per eccesso, rammentare per difetto. mandar giù paste commestibili, celesti

qua dentro ci si sta interi. misurabili. esprimibili in statica, in dinamica, in forza d’un equilibrio vano. e come ci combineremo e come ci combineranno e come ci ficcheremo e come ci ficcheranno

l’ultima cosa era i suoi occhi

l’ultima cosa sempre: non si capisce niente, ma con ordine: la penna, il foglio, il righello, per fare afriche dritte e nette, tagliarle a fette da consumare preferibilmente il
da conservare preferibilmente in

poi magari trovarne una, una maria qualsiasi che ci prenda e ci tenga per mano, ma che non prenda spavento, che non lacrimi invano

et caeteris spiritibus

a distanza. fatto dentro d’altro vapore. si pensa. avanza e crede. chiede: da tanto nero ne venga un chiaro. non si spiega, avrebbe preferito
ne scorge appena la faccia, tira su il braccio, non lo vede, riprova, lo perde. più scuro dietro. prende dalla scatola la gatta, morta la sera prima, forse respira ancora, la mette sul pavimento, vede che sì, respira, solo sembra più piccola
intorpidite le gambe, non riesce a tenerle su. chiede come chiamarlo quel miracolo
chiede quale miracolo. prende a scavare una piccola fossa spuntatagli sul viso, sperando di trovare più sotto un po’ di spiaggia (fuggire per via d’acqua
più sopra stanno appoggiate alcune visioni, ne cuce assieme un paio, poi chiede: sapete scavare? poi giù, lungo vie che la vanità di quel vagare non conosce. da dentro rispondono (chiede quale dentro
in cerca di luci più chiare. si gira, tirato da spettri disposti a corolla sui fianchi
tutto lucido (sereno), si sveglia, crede di. si sveglia crede di

phantasmautomaton

chiamare senza separare senza vedere (non capisce). scesa in tenerezze sbozzate con tratti veloci (uno strazio, un soprassalto). ogni notte un battesimo (scivolano senza slancio calze messe ad asciugare: ad altre, più preste toelette). colta da un momento d’immaginazione grida labbra santo crema. si corica, vestita come da un qualche fuoco, lo sente vibrare, lo sente pieno, ne indovina l’accento, apre le porte, entra un poco d’aria. di suo non ha niente, perde di continuo, prega confusamente a divinità rigorosamente uniche, solo prime, altissime. convinta che sappiano qualcosa. qualcosa le cammina sulla fronte, chiude le porte. sorpresa da uno spirito nobile, gli dice il suo nome, precisandone l’origine. è il nome d’un santo femmina. lo spirito s’allontana, poi ritorna, le prende la mano, ha un accenno di volto, le chiede come si chiama. fa finta di prenderla e tenerla. prego con pensieri i più teneri. prego venuto il termine. era già, non sa bene, prende i ferri, fa coperte per l’inverno. chiede altri pezzi, supplicando. chiede della sua anima, del perché tutto quel freddo, un eccesso, uno sbaglio. si prepara aspetta. apre le porte, credendo di svuotarle, sempre piene, aperte, interne. percorre la stanza, come avesse tempo, si ferma, si tiene le mani, stanca, accende la luce. prende cose che separa, sfila, ne fa lane, poi maglie, nastri, fa che nulla avanzi, avverte chiara la risposta


solo


un sostenere ruvido, inutile, si sa bene, c’è, tutto compreso, non si sbaglia. vorrebbero lo rifacesse. non lo ripete. non lo riprende. il luogo, il volo, piccoli orchi bagnati d’oro, scendono, si posano, galleggiano, li lascia galleggiare. non pericolosi, ma indovinarne la causa. la struttura. perso un giorno per questo. depositata, sedimentata su. precisamente, prenderne qualcuno, uno si muove, e quell’altro. domani li vedrà meglio. previsto sole. intanto si dividono e si distribuiscono tutt’intorno. aspettano che passi. credono. vedono. si nascondono. cominciano ad avanzare protetti da una loro ombra segreta. hanno cominciato. si muovono. cauti. caute figure. come sensi. entrano, scendono. presenti. chiuderli. abbandonarli. abbandonare ogni posizione. ogni commercio. sistemare conversazioni. usarle. coprirle. una sbordatura rivela l’inizio. immangiabile. presenti stanze, una addirittura aperta. si grida in un panorama lucido, per dispetto. spingere e basta. solo per chi e per quale risveglio. si dorme tutti. cosa sia successo è presto detto
si va pietosamente a raccogliere, spalmare, toccare altre specie di ceneri. son croste, cortecce. si potrebbe avere bisogno di entità enigmistiche fortuite, da scoprire disegnandole, unendo i puntini, annerendo gli spazi evidenziandone le poetiche, le ferocie. niente andata, solo ritorno. piccole braccia, no gambe, no. a regolare l’asse, l’inclinazione. come se venissero avanti. il ricambio delle generazioni è presto detto, avviene senza schemi. senza diagrammi. è un produrre inconsueto, a godimento. questo menare dà tanto l’idea... presenti. a posto. basta con piani a termine, comprese le estati, compresi gl’inverni. creduto di dormire lungo l’arco a risalto delle ore, che a reggerle tutte non si poteva proprio. vagamente giallastre, pure, bruciavano gli occhi. dalla sera prima le scarpe ancora addosso, affittate per il ballo. ce n’erano parecchi, presi a intermittenza, ridotti a niente, stravisti e strasentiti (salite perché non si può più scendere). avevano, certi, un fare gentile, d’altri tempi, non parevano veri, se toccati restavano neri. irreprensibili nell’occuparsi dei turni alle danze, un altro ballo, signora? un altro ballo ancora? le scarpe stanno, adesso, sotto il letto. da tirar fuori di tanto in tanto. quando tornano s’assomigliano tutti. s’attaccano alle finestre, accecati dalla trasparenza. chiusi ad agosto. ma come. amoreggiano. hanno polsi sottilissimi. abbassata la scala si scende di sotto, tutto a posto. tutto a posto. sotto le palpebre nessuno, ancora un po’. tirate le tende, s’inizia, eccoli, stanno lì, hanno già preso posizione. hanno speso un soldo di fatica per venire. come avranno fatto a sapere che volendo costa niente. ne bastano sette. cambio. si avverte la spett.le ecc. hanno caviglie sottilissime. cambio. tolto tutto. non manca niente. qualcuno fa vedere com’è bravo a fumare la sigaretta al contrario, bruciandosi la lingua. adesso fammi le cosine. adesso. sono delle furie. durano il tempo d’una mela. certi hanno un fare gentile, d’altri tempi, appoggiano le loro cose, cominciano a parlare, ficcano in un amen, procedono per consuetudini perfette. attenti, precisi, contano i secondi. hanno colli sottilissimi, s’assomigliano, strano, se li premi alzano un braccio, ti danno la mano. figure adornabili, perse chissà dove. per chissà quale distrazione (troppo impeto, troppo impeto). chiedono, anzi dicono. sezionano diagonalmente la parte subcostale. niente. non si vede niente. forse insistendo, forse, tra resezione e riconfigurazione, tra redenzione e retrazione a evidenziare così la colonna toracofrenocelestiale. per estensione l'incisione - mirabile - rende possibile l’esposizione della parte superiore e media dalla via toracoparadisiacoperitoneale. quella parte che si sa com’è fatta. l'esposizione della colonna, sensazionale, compresa la divisione della guaina del retto, ne lasciano un pezzo, ci mettono un altro pezzo. perfetto. tutto torna. osservano. progettano un’altra serata. la invitano. hanno menti sottilissimi. cambio. non hanno braccia, ah eccole. presenti. niente. nessun pavimento. spalma un piede a terra per andare. il mio piede, diceva. anni fa conversava sofisticata dell’estate. era facile. le mancavano troppi minuti per concludere... mancava troppo per fissare un punto, per lasciar stare. aveva un collo sottilissimo. tanto da venir meno. alzatele le gambe favorisce il coso, il sangue... fa venire meglio il coso, il respiro. vicina a cosa ormai. si torna. cambio. prescritto un mangiare bianco che non può che nauseare. in parte carnivora. per bisogno. finito il tempo. lo spazio comprimeva inutilmente le strutture, le fibre, aveva una specie di peso che distraeva da ogni rotta, immobile, misurata a palmi. nota: tutto regolare. esposta da ore, da troppo, come un amoreggiare valgo, ha caviglie sottilissime. tanto da averne di meno. piuttosto altre da tenere. invece niente

accordion


prima lo zero poi il meno. consumato nella notte un bianco battesimo di gusto e tatto. peggio

per dispetto soffiano sicilie intere di venti e di caldi raffermi, lucidi, ennesimi, perenni. insieme respiri un delicato intreccio di pesti candite ai nervi. ne fai un tabacco che profuma come se t’avessi

hai una cera...

da lontano s’allungano terre improprie, raccolte nell’angolo dell’occhio. le tieni per farmele leggere, prive di grazie, veloci. le mescolo nel mio piccolo reame, con te, piccola da farmi fame

qua e là corpi che stanno, che fanno e non fanno. quasi nuovi. han tutti le lune storte, solstizie, scritti con diligenza, a grumi, formano figure, dove la luce si dilata e viene meno, quasi nel mezzo

vanno di fretta. guardi come galleggiano come fanno

membra tenebre stese in bassi negrissimi piaceri, strette in palinsesti lombrosi e stinti replicati in giaculatorie in fiocchi davvero leggeri e gravi

quindi il saluto per mezzo d’una bocca appena schiusa

se senti grattare è il gatto, dici, bisbigli

son carabattole, folgori, i pianeti dei tuoi corpi, spinti fin dentro l’iride residua (storta perché discontinua, vuota perché puoi

mi dai da nascere quel poco, quel che basta

sospendo riavvio arresto
canto d’invito a bere mancamenti

vittima d’una voce minuta - comunicata - a riflettere sulla salma graziosa che viene su - a perdere l’atto il limite la parte dura e crudele del ciclo ordinario del cielo - del tempo - a svanire rapido - esatto - sistema ordinato - sistema di cose che tornano che resistono - che tornano - un sonno da manuale - spazio senza schermo dove muoversi in storie in pitture date a voce - vestite - si direbbe - come donnine a modo - inghiottite in brani sconnessi di

da lassù farle più belle

predicare a giusto titolo - rifarsi a ipotesi impossibili - a più infimi teatri

tutti maestri tutti presi in una specie d’affinità prossima al peggio - pallide e quiete anime tutte d’un pezzo - niente resto
dicono c’è posto solo per me
presi a brani a parole d’ordine insieme a mille altre come a tenere su ossa carni bocche teste - tenuti invece con la pellicola muta di movimenti men che corretti - perfezionati dalla stessa immagine del tempo speso a darsi farsi rifarsi sfarsi
in ragione dell’elevato processo dinamico dell’aria nell’aria sta un luogo - una fistola per tanto dire
e sovrano riflettere
ma certo... restate, restate per un altro caffè ancora
- continua

a sostegno di sociologie prive di concetto ecc forme comuni d’un controllo d’una disciplina d’un limite quasi banale ecc - non fermate gli elementi moltiplicatene il mutamento il cinematografico moto proprio - girata - filmata all’infinito la vocazione all’infinito - montata e rimontata fino a farne tutt’altro -
la camera lo schermo la sala

presi da debolezze da fami da espressioni inutili da una chiusura quasi voi quasi

stupefacente ritmo cieco di nutrimenti brevi - fessi - per più prodigiose carburazioni

identica - uguale all’ultimo pensiero - adatta - mediocre - permanente - identica la piega della carta del libro identico il libro - ché si sa com’è che va com’è che non va a finire
- piuttosto un romanzo mediocre - tutta invenzione tutta da un’altra parte - tutt’altro - piuttosto altre robe tipo voglio dire che voglio dire come che per come per dire come voglio dire

ecco s’apre la piega del quadro - il quadro - la tavola d’un più alto pranzare - spazio ce n’è - si tratta di mettere i personaggi più distanti - metterli a tiro d’un rinascimento a caso regolato dal proprio - arcano - umanissimo - bagatto - giocato a carte - smazzato da insalutato baro
...ah quell’epoca e tutta quell’aurea prospettiva...

nozioni base - domanda - cos’è - solo sfiorati da altre cose già prese nel campo nudo d’una decisione presa ma perduta - perché presa e maltenuta - gran scena dell’incontro d’un uomo con la propria caduta - è che l’hanno lasciato andare - dice - per risultanza d’una somma strana - dice - è che è il buon dio che comanda - dice - che è per far algebre più celesti - e più celesti ancora farne le grammatiche
memoria delle barche da oblio (a b

lui che ha finito, adesso aspetta
sì, ma prima, prima
un'informazione, un insieme di parole (loro l’ordine). nel luogo apposito si declinano termini a coniugare altri termini. in cerchi fatti non da mani umane ma
correttamente comunicati. si dice ciò che noi
passo obbligato. si crede. stesso passo. prima elevazione
contemporaneamente alla terra. si vede. b prende qualcosa, inserisce qualcosa, sembra qualcosa. dice è per provare. provare che
era nell’aria che parlava, parlava
dove sarebbe bene arrivare e andare
fa poi il punto riguardo un certo numero di questioni da risolvere. le trova in uno stato pessimo
sa di esserci stata molto e, confessa, piacevolmente, in un certo luogo. vorrebbe specificare quale ma ciò di cui parla corrisponde a un’improvvisa discesa, o meglio, caduta. eppure non si dà pace. irriducibile a ogni combinazione o ipotesi per
peso dei gravi. finisce di dire. sarà che, per forza
guarda, l’unica sarebbe la separazione del vedere dallo stare ma non il sonoro, il sonoro proprio no. e non ci sarà trama che possa t
per quanto riguarda il discorso, il sonoro, una voce a proposito di chissà cosa, che allo stesso tempo parla e che allo stesso tempo vede un’altra cosa a qualche altra cosa simile a ciò di cui poi si parlerà ancora di qualcosa ancora di un’altra cosa ad un’altra cosa simile a
farne una separazione no, una distinzione, forse. ma il sonoro... per forza, a garantirne la separazione
ma come si fa non lo dice






























luglio 2007